E questa sarebbe una festa di carnevale ? Beh chi ha preventivamente giudicato così la manifestazione romana, o si aspettava altro, confondendo le rivendicazioni per i diritti civili con un Pride, o forse non è semplicemente un esperto di bagordi. Eh sì, perché chi si aspettava sfilate, carri allegorici, arcobaleni impazziti e piume di struzzo al vento deve essere rimasto veramente deluso.
Non che gli omosessuali, le lesbiche, i trans e tutti i simpatizzanti in piazza siano diventati di colpo mesti e seriosi.
Tutt’altro i bagordi e le manifestazioni colorate ci sono state tra il venerdì sera e il sabato sera durante le varie feste organizzate nella capitale.
In piazza però c’ero un altro clima. Migliaia di persone civili, coscienti e finalmente, dopo anni di prove generali, i baci dello scorso 2004 avevano un po’ deluso tutti, consapevoli che la lotta per i Pacs è in realtà qualcosa che non va targettizzata, che la lotta per i Pacs rientra nel più ampio scenario delle lotte per i diritti civili, abbinata com’era quest’anno alla manifestazione di Milano (e in futuro perché non ampliare lo spettro, magari abbinandola ad una terza manifestazione per l’amnistia?).
Insomma tutti in Pacs, gente per bene, curiosi e attivisti, la vera “base” dei movimenti, ma anche omosessuali, giovani e colorati, adulti, coppie e single.
Ecco perché chi si aspettava una carnevalata sarà rimasto deluso, perché non sono le canzoni di Madonna, Raffaella Carrà o i Ricchi e Poveri, diffuse prima dell’inizio, a determinare l’aria, ma sono le bandiere, i volti delle persone che ritrovano la voglia di esserci, partecipare e applaudire con più o meno forza alle parole di chi ha il microfono.
L’entusiasmo della piazza, come ogni grande evento, lascia dietro le domande sul seguito, su come canalizzare questa forza e su come riuscire a non cedere sulle richieste.
Questo oggi è forse il vero problema degli omosessuali in Italia. Confrontando le immagini di Piazza Farnese a Roma con quelle di Piazza del Duomo a Milano, per la manifestazione in difesa della legge 194 sull’aborto, le differenze si vedono eccome, non solo nel numero.
Da una parte le persone sono scese in piazza accanto a molte donne, in prima linea, che si sentono davvero di doverci essere, intimamente coinvolte, gelose e orgogliose delle loro conquiste. Insomma quello che appariva era una, anche se eterogenea al suo interno, idea di gruppo, quello delle donne appunto, dotato di una autocoscienza, cresciuto e libero dagli strascichi post-femministi, in grado di sollevare compatto le questioni che sono importanti, basti pensare aldilà dell’esito finale, la questione delle quote rosa.
A Roma l’aria che si respirava era quella delle grandi occasioni, della solidarietà e, ancora una volta, della voglia di esserci.
La cosiddetta società civile si è vista, persone di tutte le età, famiglie, uomini e giornalisti di partito, più o meno conosciuti. Tutte queste persone c’erano anche al Pride del 2000, c’erano anche molti gay, lesbiche e trans ovviamente, ma il dubbio, il problema è che conoscendo la realtà romana, forse non era presente nemmeno il 50% dei gay che vivono nella capitale. Cosa è successo allora? Il problema gay e la questione diritti civili in realtà non esiste o non è così grave così la si vuole far apparire? Perché i gay in manifestazioni come questa, che hanno promosso e che li vede protagonisti in prima fila, non sono presenti in massa, colorati o meno, e non si prendono e godono l’abbraccio delle persone “normali”, quelle sì sempre più numerose, che esprimono con la loro presenza la loro solidarietà? Perché non esiste un ideale e, anche se eterogeneo, unico fronte gay? Sarà mai possibile promuovere un cambiamento coraggioso come i Pacs in Italia, se gli omosessuali si presentano frammentati e ancor peggio disinteressati? E può ancora una volta questa identità costruirsi per differenza, per odio e per attacco, al Vaticano, al governo di destra, alla politica amareggiata e imbarazzata? Oggi le battaglie possono ancora essere vinte, dalle persone, anzi, oggi con la nuova legge elettorale ancora di più tutto ciò sarà possibile. Sarà possibile incidere sulla politica di una coalizione di governo prendendo coscienza di quello che Imma Battaglia gridava dal palco “i nostri voti non sono sicuri, non sono garantiti”? Riusciranno i gay a “prendersi” qualcosa, forti della loro compattezza o dovranno sempre aspettare concessioni?
Fortunatamente quando è scoppiato il caso “quote rosa” nessuno ha messo in campo una questione “quote arcobaleno” per la rappresentanza dei gay. I gay come le donne in politica ci sono e dovrebbero essere sempre di più, ma non perché destinatari di una legislazione speciale tipica delle categorie svantaggiate, ma perché uomini e donne validi, capaci e competenti, in grado di umanizzare una politica lontana e renderla di nuovo parte della vita pubblica quotidiana di ciascun cittadino e cittadina.
Oggi, dopo il Pacs, dopo la festa, dopo l’entusiasmo e dopo alcuni momenti emozionanti, come quello di Lella Costa che da madre dice “facciamo sentire la nostra presenza e il nostro amore ai nostri figli, fin da piccoli, se siano gay o lesbiche o trans, non diamo loro l’idea, mai, di darci un dolore!”, dopo tutto questo un compito grava sui gruppi omosessuali e sui singoli, compattarsi. E riportare certe battaglie al centro della loro vita.
Anche se questo dovesse comportare fare scelte coraggiose, come minacciare il centro sinistra di non assicurare il voto.
Non è terrorismo politico, ma è il modo più diretto per provocare un ripensamento dei valori civili e solidali che dovrebbero tornare a essere le fondamenta della sinistra italiana oggi.


